ARCHITETTURA

Il contributo dell’IA alla crisi abitativa

Il contributo dell’IA alla crisi abitativa

La crisi abitativa e la crisi climatica sono lo stesso problema visto da due lati. Costruire case per chi non le ha, oggi significa costruire in un pianeta più caldo, con meno risorse e con città che hanno già i loro limiti. Per questo l’abitare del futuro non si risolverà aggiungendo metri quadri, ma cambiando il modo in cui si progetta. L’edificio ha bisogno di non essere più pensato come oggetto isolato ma come nodo in un sistema fatto di clima, materiali, energia, persone e dati.

Questa idea ha una storia lunga. Nel 1963 i fratelli Olgyay, in Design with Climate, mostravano come il clima di un luogo potesse diventare il primo progettista di una casa: orientamento, ombra, ventilazione. Nel 1969 Ian McHarg, in Design with Nature, proponeva di leggere il territorio per strati (suolo, acqua, vegetazione, vento) prima di decidere dove e come costruire. Erano metodi analogici, fatti di carte sovrapposte e di molta intuizione. 

Oggi quelle sovrapposizioni si possono fare con milioni di dati e con la potenza di calcolo delle GPU, e la stessa logica diventa un metodo operativo. Progettare in sintonia con natura, clima e tecnologia non è più un auspicio ma una procedura che si può simulare, misurare e correggere.

A Chandigarh, in India, in un progetto del 1952 Le Corbusier sviluppa un sistema di brise-soleil come parte integrante della facciata, non solo come schermatura della finestra, per proteggere gli edifici dal forte irraggiamento solare. Il controllo climatico viene affrontato attraverso orientamento nord-sud, ventilazione naturale, muri perforati, profonde zone d’ombra e coperture a doppia pelle, riducendo la necessità di raffrescamento meccanico. Nel Capitol Complex indiano, anche vasche d’acqua, tetti-giardino e sistemi di raccolta della pioggia contribuiscono al comfort termico, anticipando molti principi dell’architettura bioclimatica contemporanea. Questa ricerca si collega al più ampio lavoro di Le Corbusier sull’abitazione economica e standardizzata, pensata per rispondere rapidamente alla crescente domanda di alloggi attraverso moduli ripetibili e produzione razionalizzata.  Chandigarh diventa quindi un laboratorio in cui clima, economia dei mezzi, standardizzazione e qualità dell’abitare vengono affrontati attraverso soluzioni architettoniche passive e facilmente replicabili.

Progetto Bordeaux: soluzioni costruttive che prevedono la rimozione delle finestre e dei parapetti esistenti, l’inserimento di vetrate scorrevoli, pannelli mobili e tende termiche e riflettenti per regolare luce, temperatura e comfort degli ambienti. Credits: Lacaton & Vassal.

Le risorse alternative sono il primo terreno di prova. A Massa Lombarda, in Emilia-Romagna, TECLA, progettata da Mario Cucinella Architects con WASP, è una casa stampata in 3D con terra cruda locale, il materiale più antico dell’architettura, processato da un sistema robotico di fabbricazione additiva. Il progetto nasce anche per rispondere a emergenze come migrazioni e catastrofi naturali, e mostra che tecnologia avanzata e risorse a chilometro zero non sono in contraddizione.

La stessa direzione, il materiale vicino al luogo e il calcolo che ne ottimizza la forma, è quella che potrà rendere l’edilizia meno dipendente da cemento e acciaio. Il computer non sostituisce il materiale, ma gli permette di funzionare meglio.

Anche trasformare ciò che esiste è una risorsa alternativa, forse la più sottovalutata. Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal, con Frédéric Druot e Christophe Hutin, hanno riconvertito al Grand Parc di Bordeaux 530 alloggi di tre blocchi degli anni Sessanta aggiungendo a ogni appartamento un giardino d’inverno profondo quasi quattro metri. Gli abitanti sono rimasti in casa durante i lavori, gli affitti sono rimasti invariati, e il progetto ha vinto il premio Mies van der Rohe nel 2019. Lo spazio aggiunto funziona come un cuscinetto climatico che protegge d’inverno, si apre d’estate, riduce il bisogno di energia senza demolire nulla. 

Se i dati dicessero quali edifici esistenti avrebbero più spazio da guadagnare, questo metodo potrebbe diventare una strategia per intere città.

Ed è qui che l’intelligenza artificiale entra nella progettazione come metodo, non come effetto speciale. Il quartiere UN17 Village in Danimarca, di NREP con Årstiderne Arkitekter, circa 35.000 metri quadri, è stato studiato conSpacemaker, oggi Autodesk Forma, un software che valuta in pochi minuti luce, vento e rumore per molte configurazioni di edifici. Il progettista non disegna più una sola soluzione, ma esplora centinaia di varianti e ne valuta subito le conseguenze ambientali, scegliendo con più consapevolezza. Il design generativo non produce l’architettura al posto dell’architetto; allarga lo spazio delle possibilità e rende visibile ciò che prima si scopriva a edificio costruito.

Lo stesso accade a scala urbana. A Singapore l’ente per l’edilizia pubblica HDB sta usando modelli tridimensionali e simulazioni di vento, temperatura e ombra per il quartiere di Punggol Northshore, così da decidere orientamento degli edifici, verde e spazi comuni prima di costruire. Sono dichiarazioni dell’ente stesso e andranno verificate negli anni, ma indicano un cambio di paradigma. Oggi la città non è più disegnata una volta e poi corretta, è un modello che si aggiorna con i dati raccolti dall’uso. Edifici, reti energetiche, mobilità e verde smettono di essere discipline separate e dialogano nello stesso ambiente digitale.

Il punto teorico lo ha formulato Mario Carpo, storico dell’architettura digitale. Nel suo The Second Digital Turnsostiene che la prima svolta digitale ha riguardato i bit e gli atomi, cioè il disegno e la fabbricazione; la seconda riguarda bit e neuroni, cioè sistemi che apprendono da grandi quantità di dati e producono soluzioni che nessun progettista avrebbe disegnato. Per l’architettura significa passare dal progetto come forma al progetto come ricerca. Non si parte da un’immagine, si parte da un problema (come abitare un clima, con quali risorse, per chi) e si lascia che i dati ne mostrino le soluzioni possibili.

Un metodo di progettazione futura può allora essere descritto in quattro passaggi. 

Leggere: raccogliere dati su clima, suolo, materiali locali, patrimonio esistente e modo in cui le persone abitano. Generare: far produrre agli algoritmi molte ipotesi, non una. Misurare: simulare energia, comfort, costi e impatto prima di costruire. Abitare: tornare ai residenti, verificare e correggere. 

Quest’ultimo passaggio è quello che Alejandro Aravena e Elemental hanno praticato a Quinta Monroy, a Iquique, in Cile: workshop con le famiglie prima di disegnare, case iniziali pensate per essere completate dagli abitanti, e nel 2016 la pubblicazione online gratuita di quattro progetti di edilizia sociale, perché chiunque potesse usarli e migliorarli. È già un’architettura open source dell’abitare, e i dati e gli algoritmi possono moltiplicarne la portata.

La città del futuro non sarà quella con più tecnologia, ma quella che interconnette meglio ciò che già possiede, come dati ambientali, edifici da trasformare, risorse locali, bisogni delle persone. Il clima smette di essere un vincolo e diventa un materiale di progetto. Molte città restano ferme, con procedure e strumenti di mezzo secolo fa; altre cominciano a trattare l’abitare come un sistema vivo da osservare e migliorare. La differenza tra le due non sarà la quantità di calcolo disponibile, ma la domanda con cui lo si usa: come far vivere meglio le persone, in equilibrio con il luogo che le ospita.

Alessandro Peritore