Un anno fa ho avuto l’occasione di intervistare Geoff Farina, frontman della storica formazione statunitense dei Karate. Si erano sciolti nel 2005 per tornare sulle scene nel 2024 con un tour che celebrava la reunion e un nuovo album. Quando gli ho chiesto cosa fosse cambiato dopo più di trent’anni dal loro debutto la risposta non si è fatta attendere: “I cellulari. La cosa peggiore è quando sei sul palco e tutti tirano fuori il telefono”. Mi ha raccontato che durante i live di quella tournée spesso avevano smesso di suonare per chiedere al pubblico di non puntargli addosso le fotocamere dei loro smartphone. “A volte” mi ha detto “sembra di dover insegnare al pubblico come ci si comporta ad un concerto”.
A maggio 2025 non era la prima volta che sentivo una simile presa di posizione da parte di artisti più o meno conosciuti. Già l’anno precedente, ad esempio, Cosmo aveva fatto applicare dei bollini sulle fotocamere dei telefoni durante tutte le date del tour, adottando una misura tutto sommato moderata rispetto alla scelta più radicale di Bob Dylan che nel 2023 impose al pubblico di riporre i cellulari in apposite custodie magnetiche per l’intera durata dei suoi concerti. Insomma, anno dopo anno la questione dei telefoni ai concerti e le contromisure impiegate per contrastare quella che è considerata da molti una diffusa e cattiva abitudine sono diventati un tema sempre più discusso. La vera novità è che gli eventi phone-free negli ultimi anni si sono quintuplicati.
È quanto emerge da un recente report pubblicato da Eventbrite, Offline by Design: The Rise of Phone-Free Experiences in 2026’s Analog Era, che prova a quantificare il fenomeno su scala globale. Secondo i dati raccolti, tra il 2024 e il 2025 gli eventi dichiaratamente phone-free sono cresciuti del 567%, mentre la partecipazione è aumentata del 121%, con un’espansione geografica che passa da 5 a 12 paesi coinvolti. Un’accelerazione che, almeno nella lettura proposta dalla piattaforma, indica il passaggio da pratica episodica a formato riconoscibile e progressivamente stabilizzato all’interno dell’offerta culturale e dell’intrattenimento dal vivo.
Oltre a valutare i cambiamenti dell’offerta, il report insiste anche su alcuni dati relativi alla domanda. Il 49% degli utenti Gen Z e Millennial afferma di preferire esperienze meno “curate” e più aderenti a una dimensione percepita come autentica, mentre il 79% indica nella spontaneità un elemento centrale nella valutazione di un evento. Nel testo, questa spontaneità viene messa in relazione diretta con l’assenza dello smartphone: la rimozione dello schermo contribuirebbe a creare un ambiente percepito come meno costruito e più immersivo. Non a caso, l’84% degli statunitensi dichiara di ricorrere più spesso ad abitudini analogiche per bilanciare il tempo passato online. In questo quadro, l’evento phone-free viene presentato come uno spazio in cui l’esperienza non è orientata alla registrazione o alla condivisione, ma alla fruizione immediata.

Dal punto di vista della distribuzione di questi eventi, la crescita è tutt’altro che omogenea. Il Regno Unito si configura come uno degli snodi principali, con un incremento del 1200% nel numero di eventi e del 1441% nella partecipazione, mentre negli Stati Uniti l’aumento più contenuto dell’offerta, pari al 388%, si accompagna a un’espansione molto più marcata del pubblico, che raggiunge il +913%, segnalando un progressivo passaggio verso formati di scala più ampia. Nel complesso, la traiettoria delineata da Eventbrite suggerisce che la dimensione phone-free non funzioni più soltanto come dispositivo regolativo, ma come vero e proprio elemento di progettazione dell’esperienza, capace di incidere sulle modalità di aggregazione e sulle aspettative del pubblico.
Quindi è una moda? In parte sì, e sarebbe ingenuo negarlo. Esperienze come quelle proposte da Cosmo si inseriscono in una linea già tracciata da anni in alcuni contesti specifici, in particolare nei club berlinesi, dove la limitazione dell’uso dello smartphone precede di molto la sua recente tematizzazione mediatica. Spazi come Berghain o KitKatClub adottano da tempo pratiche come l’applicazione di adesivi sulle fotocamere, non tanto per incoraggiare una generica “presenza”, quanto per garantire un regime di privacy assoluta. Infatti in club come questi è fondamentale la gestione della visibilità e dell’esposizione dei corpi delle persone. La certezza di sottrarsi allo sguardo digitale diventa una condizione necessaria per preservare forme di espressione che includono sessualità esplicita, pratiche performative e modalità di socialità difficilmente compatibili con la registrazione e la circolazione online delle immagini.
Di conseguenza con la recente popolarizzazione della techno e la sua progressiva istituzionalizzazione anche al di fuori dei contesti originari, è quasi inevitabile che pratiche di questo tipo vengano estratte dal loro ambiente di provenienza e riutilizzate in chiave più ampia, se vogliamo anche semplificata. In questo senso, la diffusione di alcuni formati phone-free segue una dinamica già vista: quella per cui elementi nati in scene circoscritte e dotate di una forte coerenza interna vengono progressivamente assorbiti, rielaborati e trasformati in segni riconoscibili di un’estetica a cui far riferimento.
Proprio dal mondo della techno arriva anche una delle prese di posizione più discusse di recente in Italia sul tema della no-phone policy. Marco Faraone, DJ e produttore toscano attivo da anni tra house e techno, ha affrontato la questione in modo piuttosto diretto nel corso di un’intervista.
Faraone mette innanzitutto in discussione una certa nostalgia per il clubbing degli anni Novanta: “Mi fanno incazzare quelli che dicono: negli anni 90 era meglio. Negli anni 90 non c’erano i telefoni con la videocamera. Se la gente avesse avuto un iPhone compatto, con la fotocamera dentro, e avesse voluto fare dei video, li avrebbe fatti anche negli anni 90”. Il punto, più che un cambiamento nei comportamenti, sarebbe quindi legato alla disponibilità degli strumenti.
Alla domanda su come si regoli nei suoi eventi, la risposta è altrettanto netta: “Ai miei party possono fare tutti quello che vogliono, io non voglio proibire niente a nessuno, non sono né favorevole né contrario. È un po’ di moda questa cosa della no-phone policy”. Da qui anche una critica a quelle scelte più rigide adottate da alcuni artisti: “Sei diventato grande anche perché i tuoi video sono diventati virali, fatti coi cellulari, e poi ai party chiedi la no-phone policy? Mi sembra un pochino ipocrita”.
Si potrebbe però controbattere a Faraone, e più in generale a una lettura solo scettica del fenomeno, che il fatto di essere diventati visibili o riconoscibili anche grazie alla circolazione digitale dei contenuti non invalida automaticamente la possibilità di interrogarsi oggi su cosa sia desiderabile nell’etichetta del clubbing o, più in generale, dell’esperienza dal vivo. Le traiettorie degli artisti non sono lineari né immutabili: cambiare posizione nel tempo, anche rispetto a pratiche che un tempo si sono accettate o addirittura sfruttate, è parte fisiologica dei percorsi nel mondo della musica, dove le condizioni di produzione e di fruizione si trasformano costantemente.
Allo stesso modo, ridurre la diffusione delle policy phone-free a una semplice moda o a una contraddizione rischia di semplificare un quadro più articolato. Come mostrano anche i dati e gli esempi riportati, dalla scena dei club berlinesi fino ai format più recenti nei live contemporanei, la limitazione dello smartphone risponde a esigenze diverse: in alcuni casi è una misura di tutela della privacy e dei corpi, in altri un tentativo di ridefinire la qualità dell’ascolto e della presenza, in altri ancora una risposta a una saturazione dell’esperienza mediata dallo schermo.
In questo senso, anche la crescita degli eventi phone-free può essere letta sia come tendenza culturale, ma anche come sintomo di un’insofferenza sempre più diffusa verso il proprio dispositivo mobile. E proprio perché le motivazioni sono eterogenee e talvolta ambivalenti, la questione resta aperta, senza una sintesi chiara e univoca.
Pierluigi Fantozzi