Ne La città incantata di Hayao Miyazaki, la protagonista Chihiro si ritrova intrappolata in un mondo soprannaturale dove la strega Yubaba le sottrae il nome, ribattezzandola Sen. Per non dimenticare chi è e riuscire a tornare a casa, la bambina deve aggrapparsi al ricordo della propria identità. Perdere il proprio nome significa, in quel mondo, rischiare di dimenticare anche la persona che era prima.
Nella vita reale c’è, invece, chi sceglie volontariamente di lasciarsi tutto alle spalle, compreso il proprio nome e identità, per ricominciare tutto da zero.
Almeno una volta nella vita è capitato forse a tutti di desiderare di sparire. Cambiare indirizzo, aspetto e lavoro per ritrovarsi senza troppe noie, nel migliore dei casi, ad aprire un chiringuito sulla spiaggia, lontano da tutti i problemi della vita quotidiana. Quello che per noi appare come una risposta disperata e fantasiosa ai ritmi frenetici della quotidianità, in Giappone prende forma sotto il termine jōhatsu, che letteralmente significa “evaporazione” e descrive le persone che volontariamente decidono di scomparire nell’anonimato.
Negli anni Sessanta i jōhatsu erano coloro che sceglievano di fuggire da matrimoni infelici o da creditori e usurai. Dagli anni Novanta in poi il termine prende un’accezione diversa: il decennio perduto porta ad un’impennata dei licenziamenti e così anche dei suicidi e del numero di persone scomparse. I giapponesi che decidono di “evaporare” iniziano a farlo anche per non dover fronteggiare una delusione o un fallimento lavorativo.
Il tema resta ancora oggi un tabù, ma si stima che tra le 80.000 e le 85.000 persone scompaiono annualmente in Giappone.
Esistono delle agenzie che aiutano le persone ad “evaporare”. Le imprese che assistono i jōhatsu sono chiamate yonige-ya, ovvero “negozi per la fuga notturna”. Si trovano molto facilmente online dato che scegliere di sparire in Giappone è legale, e spesso, sempre attraverso queste agenzie, la polizia viene prontamente informata delle sparizioni volontarie. L’agenzia pensa a tutto, al trasloco degli effetti personali, a una nuova occupazione e alloggio per ricominciare a vivere nell’anonimato, con un nuovo nome ed un nuovo indirizzo.

In un articolo uscito recentemente sul quotidiano Asahi Shimbun la titolare di una di queste agenzie ha raccontato che in oltre vent’anni di lavoro ha gestito più di 2500 casi e riceve quotidianamente dalle 10 alle 20 richieste di informazione ogni giorno portando a termine circa 120 “evaporazioni” l’anno.
L’80% delle persone che si affidano al servizio sono donne che subiscono violenze domestiche o abusi psicologici, ma c’è anche chi decide di sparire nel nulla per non dover affrontare l’umiliazione di comunicare ad amici e familiari un licenziamento, un fallimento o una depressione.
Diventiamo consapevoli di noi stessi attraverso il modo in cui possiamo essere visti e giudicati dagli altri, diceva il filosofo francese Jean-Paul Sartre. Ed oggi più che mai ci importa di quello che pensa la gente.
In Giappone, il peso della reputazione e delle aspettative sociali può rendere insostenibile l’idea di aver fallito in qualcosa. In Europa e negli Stati Uniti, pur con alcune differenze culturali importanti, incontriamo un’altra versione dello stesso problema: l’obbligo di essere autonomi, produttivi, realizzati e capaci di risolvere da soli le proprie difficoltà. Non siamo solo più individualisti, ma vediamo successi e fallimenti personali come responsabilità nei confronti di una società in cui si è abituati ad esistere costantemente sotto a dei riflettori.
Account social, fotografie, geolocalizzazione, cronologie di acquisti e dati personali disseminati in vecchi database contribuiscono a costruire una versione di noi che continua a esistere digitalmente anche quando vorremmo lasciarci tutto alle spalle.
Nell’era dell’iperconnessione, sparire significa fare i conti con una presenza digitale che sopravvive alla nostra assenza nella vita reale. Eppure, se da un lato c’è chi cerca di cancellare ogni traccia di sé, dall’altro c’è anche chi sceglie di reinventarsi online, costruendo un’identità parallela e distante da quella della vita reale. Alla fine nell’era digitale può bastare un nuovo account ed un nuovo user name per ripartire da zero.
Ma veramente possiamo dunque “evaporare” senza lasciare traccia oggi o, al contrario, solo diventare qualcun altro senza muoverci da dove siamo?
Camilla Fatticcioni