Un tempo, scendere in piazza significava metterci la faccia. Ci si armava di cartelli ed entusiasmo, convinti che farsi vedere fosse il primo essenziale passo per farsi ascoltare. Oggi, però, metterci la faccia significa letteralmente regalarla a un algoritmo di riconoscimento facciale, incrociando le dita e sperando che il database governativo di turno abbia pietà di noi. Partecipare alla vita democratica comporta ormai un rischio sistemico: la solidarietà e l’opposizione politica vengono trattate dallo Stato, che sia esso palesemente autoritario o sedicente democratico, come un’operazione clandestina. Per sopravvivere, chi protesta è costretto a comportarsi come se fosse in clandestinità. Così siamo arrivati a un vero e proprio paradosso dei nostri tempi: per farsi sentire, bisogna prima di tutto imparare a nascondersi.
Non stiamo parlando di fantascienza distopica, ma di ordinaria amministrazione. Quando il dissenso si trasforma in una marea di dati pronti per l’analisi statale, le conseguenze sono immediate. Negli Stati Uniti, attivisti e studenti stranieri si sono visti costretti a fuggire dal Paese perché profilati dall’intelligenza artificiale e finiti dritti nelle liste nere dell’agenzia per l’immigrazione. Allo stesso tempo, le agenzie federali non si fanno alcuno scrupolo a inviare mandati di comparizione alle big tech per ottenere i dati degli utenti che manifestano, aggirando con disinvoltura le tutele legali tradizionali.
La sorveglianza algoritmica è, ironia della sorte, spaventosamente democratica nella sua diffusione globale. Se a Washington si setacciano i metadati degli smartphone, a Teheran le forze di sicurezza utilizzano telecamere avanzate e software di riconoscimento facciale per identificare, tracciare e arrestare chi osa manifestare contro il regime. La visibilità, che un tempo era lo storico motore del cambiamento sociale, è diventata un handicap a tutti gli effetti. I ricercatori definiscono questo nuovo paradigma come “contestazione auto-schermata”: una fase storica in cui il futuro e la sopravvivenza della protesta dipendono esclusivamente dalla capacità di sapersi sottrarre all’onnipresente occhio digitale.

Come si manifesta, allora, nell’epoca in cui ogni nostro passo lascia un’impronta digitale incancellabile? Il primo scudo da imbracciare è quello dell’invisibilità tecnologica. Portare il proprio smartphone personale a un corteo è l’equivalente moderno di consegnare volontariamente la propria agenda e la cronologia web al primo poliziotto che incontriamo. Il consiglio principale è usare allora un telefono usa e getta o quantomeno inserire il proprio dispositivo in una gabbia di Faraday, una speciale custodia schermata che blocca ogni segnale radio, Wi-Fi e GPS. Non illudetevi che basti impostare la modalità aereo: moltissime applicazioni registrano silenziosamente i dati di posizione offline, pronte a trasmetterli ai server non appena ritroveranno uno straccio di connessione.
Nel caso in cui decidiate di portare con voi lo smartphone principale, disabilitate immediatamente lo sblocco biometrico, che sia l’impronta digitale o il riconoscimento facciale. In caso di fermo, in moltissime giurisdizioni le forze dell’ordine possono costringervi fisicamente a sbloccarlo accostandolo al vostro viso, mentre una solida password alfanumerica di almeno otto caratteri è quasi ovunque protetta dal diritto inalienabile a non autoincriminarsi. Le comunicazioni con gli altri manifestanti devono inoltre avvenire unicamente su app crittografate end-to-end come Signal, ricordandosi sempre di attivare la funzione dei messaggi effimeri che si autodistruggono nel giro di pochi minuti.
C’è poi da mettere al sicuro l’hardware biologico, ovvero il vostro corpo. Mascherine chirurgiche, sciarpe, berretti calati sulla fronte e occhiali da sole spessi sono il minimo sindacale per ingannare i sistemi di sorveglianza visiva meno sofisticati. Per quelli più avanzati, le tecniche di trucco asimmetrico e le acconciature geometriche pensate appositamente per mandare in confusione le intelligenze artificiali stanno diventando la nuova, stilosa divisa della resistenza urbana. Un semplice ombrello aperto, infine, oltre a riparare da un acquazzone improvviso, respinge con grande efficacia gli sguardi calati dall’alto dai droni.
Rivendicare i propri diritti civili non dovrebbe mai richiedere un master in sicurezza informatica o in tattiche di controspionaggio, ma è innegabile che la piazza sia ormai diventata un panopticon a cielo aperto. Chi la governa ha smesso da tempo di ascoltare i cori e leggere gli striscioni, preferendo concentrarsi sulla raccolta massiva dei nostri metadati. Per continuare a lottare per i nostri diritti alla luce del sole, la prima regola diventa allora difendere il nostro inalienabile diritto all’anonimato digitale e alla privacy.
Alessandro Mancini