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Quello che ancora non ci hanno detto sui Meta Glasses

Quello che ancora non ci hanno detto sui Meta Glasses

Quando Meta ha lanciato i suoi smart glasses in collaborazione con Ray-Ban e Oakley, la promessa era allettante: un paio di occhiali che registra, telefona, dialoga con un’intelligenza artificiale integrata. Quello che l’azienda non ha raccontato con la stessa enfasi è però chi, dall’altra parte del dispositivo, guarda davvero.

Un’inchiesta dei quotidiani svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten ha svelato che i video registrati dagli utenti vengono revisionati da lavoratori di Sama, una società appaltatrice con sede a Nairobi, incaricata di etichettare manualmente gli oggetti contenuti nelle clip per addestrare i sistemi di IA di Meta. I revisori intervistati raccontano di aver visto di tutto: persone in bagno, rapporti sessuali, qualcuno che guarda contenuti pornografici, oltre alle trascrizioni delle conversazioni private con l’assistente vocale.

Interpellata dalla BBC, Meta ha confermato di affidarsi a “collaboratori esterni” per migliorare le prestazioni dei suoi prodotti, sostenendo che la pratica è specificata nell’informativa sulla privacy, senza però indicare in quale punto del documento si parli di revisori umani. L’azienda assicura che i contenuti vengono filtrati per tutelare la privacy delle persone riprese, mentre i lavoratori contattati dai giornalisti svedesi sostengono il contrario: i filtri non sempre funzionano, e capita di riconoscere i volti.

Il nome di Sama, peraltro, non è nuovo a inchieste di questo tipo. Nel 2023 era già emerso che la stessa azienda aveva impiegato lavoratori keniani pagati meno di due dollari l’ora per moderare contenuti tossici destinati ad addestrare ChatGPT. Si tratta di quello che la ricercatrice Mary L. Gray chiama “ghost work“, il lavoro fantasma che tiene in piedi l’illusione di un’intelligenza artificiale autonoma e magica.

Il paradosso è doppio. Da un lato un dispositivo indossabile che, grazie a una piccola luce sulla montatura, segnala alle persone intorno di essere acceso, mentre la maggior parte degli utenti non immagina che possa essere visionato da occhi terzi a migliaia di chilometri di distanza. Dall’altro, lavoratori sottoposti a una sorveglianza speculare: i revisori di Sama hanno infatti raccontato di non poter usare il telefono sul posto di lavoro e di essere costantemente monitorati da telecamere.

È la solita catena di delega che attraversa l’economia dell’IA. Il consumatore di Berlino o Milano accetta delle condizioni d’uso che non ha letto; un lavoratore di Nairobi, pagato pochi dollari, guarda i suoi momenti più intimi per insegnare a un algoritmo a riconoscere un divano da un water. Nel mezzo, una multinazionale che chiama tutto questo “esperienza utente”.

Il problema non si riduce a degli occhiali smart che violano la nostra privacy: continuiamo a immaginare l’IA come un’entità spersonalizzata, fluida, quando dietro lo schermo c’è sempre qualcuno in carne e ossa, che guarda e modera quello che vediamo per pochi spicci al giorno.

Alessandro Mancini