Genova is burning, come si sarebbe detto qualche anno fa. Di certo c’è stato almeno del fervore sabato scorso in Piazza Matteotti dove Charlotte de Witte, DJ e produttrice di fama internazionale, ha fatto ballare – dicono – almeno ventimila persone. Un festival come un altro? No di certo. Si trattava di un evento pubblico fortemente voluto dalla sindaca della città, Silvia Salis (PD), che è stata anche immortalata in una foto che ha fatto il giro del web: sorrisetto di chi sa che l’ha combinata grossa, occhialetto da soft clubber e dietro di lei la de Witte che stava cucinando (per prendere in prestito un’espressione gergale molto in voga) per un’enorme folla danzante.
Il punto però non è la foto. È tutto quello che quella foto si porta dietro: una perfetta sineddoche che riassume il significato che la cultura della techno è arrivata ad assumere negli ultimi anni. E la de Witte di quella cultura è un’alta rappresentante.
Charlotte de Witte nasce a Ghent nel 1992 e si forma all’interno della scena clubbing belga, iniziando a frequentare ambienti underground già in adolescenza. D’altronde Ghent, pur essendo una città di dimensioni relativamente contenute, vanta una tradizione solida nella musica elettronica: è la città dei Soulwax, per dire. “Ho iniziato a frequentare i club underground a 16–17 anni. Ci ho lasciato il cuore”, ha detto in un’intervista di qualche anno fa.
L’innesco decisivo arriva poco dopo, quando scopre una techno più scarna e ipnotica, in particolare attraverso artisti come Len Faki, che la spingono ad abbandonare l’electro per una techno più minimal.
L’ingresso nella scena non avviene però sotto il suo nome. Per diversi anni utilizza lo pseudonimo maschile Raving George, una scelta apertamente strategica legata al contesto di genere dell’industria. In un ambiente percepito come ostile, de Witte preferisce inizialmente occultare la propria identità: “Non volevo sbandierare il fatto di essere una producer donna.”
Le sue preoccupazioni non erano infondate. Giovanissima, già inserita in circuiti rilevanti, diventa bersaglio di attacchi esplicitamente sessisti, con veri e propri gruppi d’odio su facebook e accuse ricorrenti di essere stata programmata nei festival “solo perché donna” o perché era andata “a letto col manager”.
Il passaggio da Raving George a Charlotte de Witte pertanto rappresenta una vera e propria presa di posizione. Ma non si limita a questo: l’esposizione del proprio nome diventa parte integrante della sua narrazione, un motivo che ritorna nelle interviste e struttura il suo immaginario, dentro una scena che continua in parte funzionare secondo logiche escludenti.

Escludenti, appunto: perché, se la techno è ormai entrata stabilmente nel mainstream, le condizioni di accesso e rappresentazione al suo interno restano ancora lontane da una reale parità. È in questa condizione dell’industria che comunque si colloca l’ascesa di Charlotte de Witte. La sua traiettoria, come la definisce già DJ Mag nel 2019, è fulminea: dopo oltre dieci anni di attività, il salto avviene in tempi rapidissimi, con la copertina del magazine nel 2017 a segnare un primo momento di consacrazione e l’ingresso nella Top 100 DJ nel 2019 come new entry.
Nel giro di pochi anni, de Witte passa ad essere una presenza stabile di tutti i grandi festival e di gran lunga fra i DJ, sia uomini che donne, uno dei volti più noti. Nonostante ciò la questione di genere nel mondo dei festival di musica techno ad oggi resta tutt’altro che risolta. Se nella prima fase della sua carriera de Witte si preoccupava di presentarsi sotto pseudonimo, oggi il discorso si è spostato su un piano più esplicito e collettivo. Da un lato i dati del report FACTS 2022 di female:pressure mostrano un miglioramento progressivo della presenza femminile nelle lineup e nei festival, pur confermando una distanza significativa dalla parità. Dall’altro, il dibattito recente si è riacceso anche sul fronte pubblico: la lettera aperta del collettivo Not Bad For A Girl, pubblicata anche da DJ Mag a inizio anno, ha denunciato il calo della parità di genere nelle programmazioni di due festival del Regno Unito, riportando la questione al centro della discussione nella club culture contemporanea.
È in questa stessa cornice che si inserisce anche la recente fotografia scattata a Genova, in occasione del suo DJ set in piazza Matteotti, che ha avuto un forte impatto non solo musicale ma anche mediatico e politico. L’evento, organizzato come grande appuntamento pubblico, ha generato un’ampia circolazione sui social, contribuendo a rafforzare ulteriormente la visibilità della sindaca Silvia Salis e alimentando una narrazione di successo legata alla dimensione urbana e culturale dell’iniziativa.
Parallelamente come succede spesso la discussione si è polarizzata. A destra le critiche si sono concentrate sul costo complessivo dell’operazione, indicato intorno ai 140.000 euro di denaro pubblico, spesso ridotto nel dibattito a cifra del solo cachet di Charlotte de Witte, dimenticando che si tratta di un budget che comprende non solo la sua performance ma anche tutte le maestranze e quindi il lavoro di molte persone coinvolte nella produzione dell’evento, oltre a tutte le spese accessorie. A sinistra, invece, l’iniziativa è stata per lo più celebrata, contrapponendo il “rave” in piazza al decreto anti-rave con cui il governo Meloni ha aperto il proprio mandato. In questa lettura, l’evento diventa così un controcampo simbolico, come se si trattasse di una riappropriazione dello spazio pubblico attraverso la techno.
Eppure, in entrambe le narrazioni, si tende a perdere un passaggio linguistico e concettuale fondamentale: le due accezioni di “rave” non sono sempre sovrapponibili. Nel caso del concerto di Genova, il termine è usato nel senso anglosassone originario, dove indica in modo ampio eventi di musica elettronica, indipendentemente dal contesto in cui si svolgono. Nel cosiddetto decreto anti-rave, invece, “rave” viene impiegato nel significato ormai consolidato nel contesto colloquiale italiano ed europeo, cioè come sinonimo di free party illegali. Questa divergenza semantica, stabilizzatasi nel tempo ma ancora attiva, produce un cortocircuito interpretativo che contribuisce ad alimentare la confusione nel dibattito pubblico.
Com’è come non è, il dibattito si è rapidamente allargato, e la stessa figura di Silvia Salis sembra aver guadagnato una visibilità politica immediata anche prima di un netto consolidamento della sua azione amministrativa. Perché il punto alla fine non è stato l’evento in sé, ma ciò che il suo immaginario è stato in grado di attivare. Infatti la techno e la cultura “rave”, nel loro ormai stabile e vivace guazzabuglio semantico, restano temi ad altissima intensità simbolica, capaci di produrre reazioni che vanno ben oltre la bolla degli addetti ai lavori o quella degli appassionati.
Con una foto Salis, o il suo team, ha operato un piccolo capolavoro di comunicazione costruito sul vettore simbolico di Charlotte de Witte che quasi per metonimia incarna per molti un certo modo di viversi la vita: la club culture.
Pierluigi Fantozzi