Nel capolavoro del 2006 The Prestige, due illusionisti si sfidano in una rivalità ossessiva che li porta a sacrificare amicizie, amore e perfino la propria umanità pur di arrivare al trucco perfetto. La loro ambizione riflette perfettamente quella di Christopher Nolan, sempre stato alla ricerca di nuovi modi per stupire chi guarda il suo lavoro.
La tecnologia IMAX nasce in Canada nel 1967, grazie a un gruppo di registi e ingegneri che volevano superare i limiti del cinema tradizionale. A differenza della pellicola standard da 35mm, che scorre verticalmente e utilizza quattro perforazioni per fotogramma, il formato IMAX impiega una pellicola larga 70 mm che scorre orizzontalmente, con 15 perforazioni per ciascun fotogramma. L’immagine, durante la proiezione, può occupare schermi alti circa 20 metri e larghi fino a 30 metri, leggermente curvi.
Il primo esperimento viene presentato all’Expo 1970 di Osaka, in Giappone. L’anno seguente, nel parco di intrattenimento e di divertimento Ontario Place, a Toronto, si inaugura la prima sala IMAX permanente: il Cinesphere.
Inizialmente il formato viene utilizzato soprattutto per documentari, film sperimentali e installazioni nei musei. Solo dagli anni 2000 diventa popolare per i blockbuster di Hollywood. Il regista che ha contribuito più di tutti alla diffusione di questa tecnologia è senza dubbio Christopher Nolan.
Nell’aprile del 2007 il regista londinese inizia le riprese di The Dark Knight, scegliendo di girare alcune delle sequenze più iconiche del film in IMAX, tra cui l’indimenticabile rapina in banca iniziale. Da quel momento in poi, altri grandi registi come Denis Villeneuve, James Cameron e Ryan Coogler hanno impreziosito le loro opere affidandosi a questa tecnica. Oggi nel mondo esistono circa 2.000 sale IMAX. La maggior parte utilizza proiettori digitali, mentre solo una quarantina è in grado di proiettare autentiche copie IMAX su pellicola da 70 mm. Come spesso accade, anche questa stupenda innovazione si porta dietro le sue gioie e i suoi dolori: la qualità delle immagini è nettamente superiore, il formato è gigantesco, ma le cineprese sono pesanti e rumorose, tanto da rendere impossibile la registrazione dei dialoghi in presa diretta. Per decenni è stato proprio quest’ultimo il difetto più limitante.

Per The Odyssey, Nolan e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema hanno collaborato con IMAX per sviluppare una nuova cinepresa, chiamata Keighley, protetta da un guscio insonorizzante. L’involucro riduce il rumore, trasformandolo in un lieve ronzio e rendendo così possibile registrare i dialoghi sussurrati con la macchina da presa a pochi centimetri dagli attori. Il guscio ha reso la macchina da presa ancora più ingombrante. Gli attori hanno raccontato che lavorarci accanto era come recitare davanti a un SUV. La produzione ha persino sviluppato un sistema di specchi per permettere agli interpreti di guardarsi negli occhi durante i campi e controcampi, dato che la cinepresa occupava molto dello spazio tra loro.
Odissea (The Odyssey) è uscito nelle sale italiane ieri sera, con un giorno di anticipo rispetto alla maggior parte degli altri paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti. Il film si apre con una scritta sul nero: “In un’epoca di apparente magia…”
Questo incipit offre un importante indizio sulla strategia scelta da Nolan per adattare il testo di Omero. Nei 24 libri dell’Odissea il lungo viaggio di Ulisse è accompagnato dal costante intervento divino. Atena, Zeus, Ermes e Poseidone sono personaggi cardine, con una coscienza propria e la loro volontà indirizza e decide il destino degli uomini. Nolan ci aveva già abituato alla sua maniera di epurare un universo fumettistico o fantasy da tutti gli elementi più inverosimili e anche stavolta non opera diversamente. Per tutta la prima parte del film Ulisse non c’è. Telemaco figlio del re di Itaca, è preoccupato per il destino del regno: suo padre è disperso da 20 anni e sua madre Penelope dovrà presto scegliere un nuovo marito tra i pretendenti. Tom Holland fa il suo lavoro senza particolari guizzi, Anne Hathaway pure. Da segnalare la prova di Robert Pattinson, perfetto nel ruolo del perfido viscido. E’ un’introduzione lunga e verbosa: i personaggi si incontrano e si ricordano a vicenda chi sono, parlano della guerra di Troia cantata dagli aedi e sono tutti molto preoccupati per l’imminente arrivo dei “popoli del mare”, leggendari e misteriosi stranieri da terre lontane che da anni invadono e saccheggiano le isole della Grecia.

Un flashback ci mostra Ulisse prima della sua partenza per Troia: il re discute con la regina del presente e del futuro. Vengono qui chiarite le vere motivazioni che spingono Agamennone, re di Micene, a riunire tutti gli Achei per muovere guerra contro Troia. Nell’adattamento dell’Iliade del 2004, Agamennone, interpretato da Brian Cox, confessa di essere interessato al controllo totale del mare Egeo. Anche nell’Odissea di Nolan viene subito messo in chiaro che le ragioni non sono affatto personali, bensì politiche e socio-economiche.
La parte centrale del film lascia ampio spazio agli effetti speciali, all’azione e all’avventura. L’incontro tra gli Ulisse e Polifemo, il ciclope figlio di Poseidone, pone lo spettatore di fronte a una creatura mostruosa e sgraziata. Nel poema omerico l’astuzia di Ulisse si manifesta con la parola: Polifemo viene rassicurato e ingannato, il re di Itaca sfrutta l’inganno per accecare il ciclope e per poi fuggire. Nolan si diverte con un interessante gioco di prospettive forzate e di controfigure, restituendo l’epicità della sequenza, ma la totale assenza di uno scambio di battute tra Polifemo e Ulisse è una mancanza pesante. Superata una trascurabile e confusa battaglia contro un plotone di soldati medievali alti 4 metri, i sopravvissuti giungono sull’isola della maga Circe, interpretata da Samantha Morton. Anche per questo personaggio l’approccio non è fantastico, bensì socio-realistico. Circe è una donna ferita, delusa dal mondo e dagli uomini, decisa a vivere lontana da tutto e da tutti. Gli sventurati che le si avvicinano sono destinati ad essere trasformati in quello che, secondo lei, già sono: degli sporchi maiali. La scena della mutazione dei corpi rivela un lato inedito del regista, che si dimostra molto interessato all’effetto speciale horror non digitale. Nel poema Ulisse sopravvive alla maga grazie all’aiuto del dio Ermes, nel film di Nolan le armi sfoderate dal re di Itaca sono invece la pietà e l’empatia.
L’avventura continua: le bellissime location reali di Italia, Grecia, Marocco, Scozia e Islanda illuminano lo schermo e giustificano l’impiego della tecnologia IMAX. Tra mille peripezie e numerosi incontri, il re riesce a tornare a Itaca. Un dialogo tra Penelope e Ulisse, travestito da mendicante, sulla guerra di Troia, ci dà la chiave di lettura definitiva. In questo scambio capiamo che i terribili “popoli del mare” non erano altro che i soldati di ritorno da 20 anni di guerra a Troia. Nel loro viaggio di ritorno hanno depredato, ucciso, stuprato e bruciato, con la rabbia e la violenza di chi ha smarrito del tutto la propria umanità. Divinità e mostruosità non sono altro che riflessi, metafore e allegorie delle nostre azioni. Nolan sembra quasi lasciare intendere che quasi tutto quello che ci ha mostrato sia l’allucinazione di un veterano, un prodotto di una mente afflitta dalla colpa. Il finale è un’interminabile massacro dei pretendenti al trono, non particolarmente indimenticabile, seguito da una fuga, che lascia nelle mani delle nuove generazioni il destino del mondo.
In conclusione, l’IMAX rappresenta una delle espressioni più avanzate della tecnologia cinematografica contemporanea e con The Odyssey Nolan sembra averne sfruttato ogni possibilità. È un’esperienza che vale la pena vivere, soprattutto quando un film nasce per dialogare con questo formato. Ma è proprio qui che emerge una verità che il cinema continua a ricordarci, nonostante ogni innovazione: la vera magia non risiede nello schermo, nei proiettori o nell’impianto audio.
Vive nelle immagini che un autore sceglie di mostrarci, nelle emozioni che riesce a evocare e nelle storie che decide di raccontare. La tecnologia può amplificare l’impatto di un grande film, renderlo ancora più immersivo e spettacolare, ma non può sostituirne l’anima. Perché il cinema, anche nella sua forma più imponente, continua a vivere prima di tutto di idee.
Matteo Manganelli